Grazie Rieti 🏀

Giusto qualche mese è bastato per farmi capire quanta passione ci sia a Rieti, per il basket e quanto ci sarebbero stati utili i tifosi sugli spalti al palazzetto. Uno dei dispiaceri più grandi è, infatti, proprio il non aver potuto urlare assieme ad una delle tifoserie più calorose d’Italia, se non nell’ultima partita casalinga con trecento spettatori.
Ai posteri resterà il risultato finale e mi sta bene, ma noi sappiamo, quanto abbiamo lottato per combattere qualcosa di più grande di noi, le mille quarantene, giocatori a ripetizione con il covid19, giocatori che per colpa delle quarantene di sono infortunati, giocatori che hanno messo a rischio la propria salute e carriera per il bene comune. Abbiamo giocato partite in cinque contro dieci, altre le abbiamo finite in quattro o addirittura con un solo giocatore.
Ad ogni quarantena pensavo che la sfortuna fosse finita, ma ogni volta mi dovevo ricredere. Nessuno ha sentito il nostro grido di difficoltà. Durante l’ultima quarantena ho anche scritto una mail alla Lega nel tentativo di smuovere la situazione, ma nulla. Siamo stati lasciati soli da chi avrebbe potuto fare qualcosa. Proprio questo fa male: noi giocatori, allenatori, società portiamo avanti questo bellissimo movimento, facendo sacrifici e poi? Poi nel momento del bisogno, il garante del tuo lavoro ti volta le spalle. Fa male perché ti senti un burattino e non puoi farci nulla. Ci abbiamo provato, ma anche se la testa voleva, il corpo non ci riusciva. Da quando sono arrivato a Marzo non siamo riusciti ad allenarci con continuità e perciò a competere ad armi pari con gli avversari.
Detto questo, mi scuso con la città, perché è giusto assumersi le proprie responsabilità.
È davvero un peccato che le cose siano finite così, non lo meritava nessuno.
Da questa stagione ho imparato tanto, ho visto cose che non avrei mai voluto vedere e di questo un giorno ne parlerò, ma ho anche vissuto momenti intensi e speciali che non dimenticherò mai.
Dai momenti difficili, non si può, si deve imparare e credo di averlo fatto. Ho sfruttato le quarantene per crescere mentalmente.
Ho anche vissuto, per la prima volta nella carriera, un approdo a metà stagione, con le conseguenti sfide di inserimento.
Ringrazio la società e gli allenatori che mi hanno fortemente voluto a Rieti, ringrazio i miei compagni con i quali ho condiviso ogni cosa sopracitata, ringrazio i tifosi per la, purtroppo, lontana vicinanza.
Un ringraziamento anche all’hotel Quattro Stagioni di Rieti, della cui esperienza parlerò in un altro scritto, che mi ha ospitato dal primo all’ultimo giorno, assistendomi al meglio durante le quarantene.
Non so cosa ci aspetta il futuro, ma ti sono comunque grato Rieti, è stata breve, intensa e sfortunata, ma comunque un esperienza eccezionale.
Per aspera ad astra

Matteo Piccoli

#LittlesNation

Secondo d’aprile, auguri a me

Per tanti anni ho guardato il diventare grande come un obbiettivo da raggiungere il più velocemente possibile.

Sono passato dal voler attraversare le strisce senza la mano della mamma, al voler andare a scuola da solo, dal voler andare in centro con gli amici, al voler andare in discoteca, dal voler prendere il motorino, al voler bere alcolici e prendere la patente, dal voler giocare in serie B, al voler giocare in A2.

Non mi interessava molto la qualità delle giornate, volevo solo correre più veloce del tempo per diventare grande.

Quello che speravo è successo davvero, il tempo ha divorato la distanza tra il vecchio presente ed i suoi obbiettivi.

Fino all’oggi di due anni fa avrei chiamato mio nonno per gli “augurci” (termine coniato da lui per identificare i reciproci auguri), il due aprile infatti è anche il suo compleanno, ma purtroppo ci ha lasciati.

Nell’oggi di una ventina di anni fa costruivo una corona di cartone per me e una per Alice, la mia fidanzatina dell’asilo e delle elementari nata due giorni dopo di me, con la quale festeggiavo sempre il compleanno.

Per anni, al risveglio, l’abbraccio dei miei genitori e di mio fratello mi faceva sentire al sicuro.

Il diciottesimo è stato strano, l’ho passato a Praga, in gita scolastica, il venticinquesimo lo è stato ancora di più, in quarantena, a Varese.

Mentre sono i campi da basket di diverse zone d’Italia ad essere stati il luogo di festeggiamenti e convenevoli negli ultimi anni, quest’anno ad esempio sono ospitato dalla città più al centro d’Italia, Rieti.

Da piccolo i regali erano molto importanti e potevano influenzare la mia felicità, i miei genitori mi hanno sempre reso felice il due aprile, ma parallelamente a questo hanno cercato di farmi capire che il bene che si vuole alle persone non si deve basare, appunto, sul bene materiale, ma sul sentimento, che non può essere manifestato solo una volta all’anno.

Sento di essere cresciuto tanto durante gli anni, ma non tutto insieme, un po’ per volta, come la goccia sul sasso. A differenza di qualche anno fa però sto imparando a farla cadere sempre nello stesso punto, così da smussare meglio il cervello.

La reazione istintiva, impulsiva, agli eventi della vita e alle persone incontrate sta portando la mente verso una destinazione che è assolutamente ignota.

Mi sto accorgendo di quanto tempo e forza di volontà necessiti per conoscere il mondo ma, nonostante sia consapevole anche della mia incolmabile ignoranza, vado avanti. Non fraintendetemi, non voglio sapere tutte le cose, voglio capire me stesso e riuscire ad avere una visione razionale del mondo che mi possa permettere di valutare quello che succede attorno e dentro di me con meno pregiudizi e condizionamenti possibili. Mi interessa creare un pensiero personale ed essere libero d’animo per poter ragionare con cognizione di causa. Mi interessa raggiungere una felicità duratura attraverso l’onestà interiore.

Mi interessa anche vivere emozioni che hanno anche una parte carnale e materiale, perché l’istinto mi ha portato ad esempio ad amare le ragazze, a giocare il basket, a divertirmi con specifici amici facendo determinate cose ed è necessario anche lasciare da parte la ragione per assecondare questa felicità precaria più breve, ma più intensa, di quella duratura.

E’ il mio compleanno e, a differenza di quando ero più piccolo, vorrei che il tempo rallentasse, sento che passa inesorabile, ancora più veloce rispetto a quando volevo che accelerasse.

Vi sento, adulti più adulti di me, che leggendo le mie parole vi state lamentando di esse, vi capisco, so di essere solo un ragazzo e che vorreste avere la mia età, ma gli obbiettivi che devo raggiungere sono tanti e, non essendo mai stato un precoce, ho bisogno di tempo per raggiungerli.

Più imparo cose, più capisco che non so cose e che serve tempo per colmare le lacune.

So, inoltre, che da grande le priorità saranno diverse: la famiglia, la casa e il lavoro prenderanno tutte le mie attenzioni, con ovvie conseguenze.

Questo è il momento della semina e vorrei maggior tempo per poter piantare più semi possibile.

La macchina del tempo non l’abbiamo ancora inventa, perciò l’unica soluzione è perdere meno tempo possibile.

Affronto sempre grandi battaglie contro la pigrizia e la reperibilità della mediocrità e spesso ne esco sconfitto. Sento di essere cresciuto, perché sto vincendo molte più battaglie di un tempo e questo può fare la differenza.

Ho iniziato a leggere ed ascoltare di filosofia e questo mi sta creando diversi problemi nello scrivere, perché non so più quello in cui credo.

Scrivo allora per il me del futuro e non per quello presente, così da non dimenticare l’adesso del quale sto scrivendo.

Mi sarebbe davvero piaciuto sapere cosa pensasse il giovane me, durante tutti i compleanni passati, ma non ho mai tenuto un diario.

So che qualsiasi idea è, per ora, transitoria e che può cambiare in poco tempo.

Potreste trovare allora senza senso pubblicare questo scritto… ma non è così, devo confrontarmi con il mondo per potermi mettere ulteriormente in discussione.

Fidatevi, non è facile rappresentare qualcosa che è in divenire ed io sono nel pieno dell’entusiasmo conoscitivo. Quello che ho scritto in questo testo rappresenta probabilmente solo il concetto stesso di divenire, piuttosto che quello che penso.

Rappresento con i pensieri l’astratta direzione che la ragione al momento mi dice di seguire, inconsapevole però delle conseguenze che queste decisioni anti-superficialità possano portare.

D’altronde, può in prospettiva diventare un problema porsi troppe domande, perché il tempo per rispondere ad esse non c’è, perché una volta raggiunto il luogo indicato dal cartello direzionale, cambieranno le scritte sopra di esso, ma anche perché le mie capacità, così come i talenti, ci sono, ma sono limitate.

Oggi è il mio compleanno ed è diverso da tutti quelli del passato, perché io sono diverso. L’ultimo anno ha certamente accelerato il processo, ed è stato bellissimo, perché, pur essendo mancata molto la carnale felicità precaria, ho notato la nascita di quella duratura.

Ma non sono arrivato fin qui, felice al mio compleanno, lamentandomi dei ventisei anni dal nulla, è stato un processo, che sono sicuro mi porterà tra 365giorni ad essere ancora più illuso, confuso e felice.

Accetto di non sapere, accetto di essere sempre in viaggio e accetto di sbagliare per poter diventare me stesso.

Auguri a me.

LN 02-04-21

Che ore sono?

Il tempo mi ammazzerà,
porterà via i miei soldi,
mi spoglierà dei vestiti non necessari,
mi annegherà nel mare grigio della banalità,
farà dei miei futili discorsi, silenzio,
bagnerà i fiori nati dal mio corpo decomposto,
dimenticherà tutto quello che non ho fatto,
piangerà l’inutilità al mio funerale,
piangerà per tutto ciò che per il mondo non ho fatto,
eterno e inesorabile,
renderà immortale solo chi avrà fatto la differenza.

Littles Nation