40 frame di quarantena

Un inno all’ego,

un puzzle da distruggere,

nuove immagini da creare,

un ballo, cullato dalla musica,

una battaglia di libri su libri,

un amore, per me stesso e la vita,

un amore, per ragazze al di là dello schermo,

letture prestissimo la mattina,

per mangiarmi il mondo al suo risveglio,

Piacenza, l’effetto eremita,

Varese, l’affetto di mamma e papà,

le sfide sportive in famiglia,

la barba allungata dal vento,

la pelle colorata dal sole,

il sole che non fa paura,

l’emozione di ambizioni sempre più grandi,

le delusioni per i castelli caduti,

la fierezza per quelli ancora in piedi,

la rabbia, i rimpianti e le gioie di aleatori sentimenti,

gli attimi di follia,

gli attimi di lucidità,

le giornate infinite subito finite,

un viaggio senza meta,

i soldi non presi,

il basket non giocato,

la testa tra le orecchie,

le occhiaie della fatica,

gli occhi tra gioie e dolori,

una mano non all’altezza,

l’inchiostro insicuro sul foglio bianco,

il cuore che pulsa veloce col foglio sporco,

il sangue che scorre mentre il tutto è fermo,

la gamba che trema,

il desiderio di scalare cime,

gli urli strozzati dal tempo,

il suono libero di una pianola,

il suono sofferto dei telegiornali,

un pensiero a chi soffre,

un pensiero a chi cura,

un pensiero a chi sta sognando, ora più che mai.

LittlesNation

La nave barcolla

Il mondo ti cambia, ti trasforma e non sempre in meglio.

Ogni giorno combatto contro me stesso per non farmi trascinare laddove rintana la mediocrità, con forza cerco di fare qualcosa in più per fare la differenza, il problema è che spesso non ce la faccio, mi sento schiacciato e appiattito dalla quotidianità che costantemente, soprattutto la sera, nel letto quando tutto tace, mi ricorda che non ho fatto, durante il giorno, il necessario per realizzare i sogni. Questi ultimi devono essere visti solamente come degli obbiettivi a lungo termine che con sacrificio e dedizione si può pensare di conquistare. E non parlo del basket, dove sto dando tutto, ma del resto.

Ogni giorno combatto per difendere quelli che sono i miei valori portanti, ma mi accorgo sempre di più che molti se ne approfittano. Devo crescere, sto cercando di fare mio il meglio degli altri, ma ogni tanto mi capita di dover usare altre armi, forse contro i miei principi ma al fine di contrastare le ingiustizie che ogni giorno sono protagoniste in ogni luogo, dal supermercato alla strada agli stadi. Non possiamo stare in silenzio quando c’è mancanza di rispetto e razzismo, non possiamo lasciare che la paura del più forte causi omertà. Non si tratta di essere moralisti ma preferisco essere definito in tal modo piuttosto che vedere il male vincere.

Ho comunque paura che quello contro cui combatto stia cambiando anche me e non è facile perchè lo so, il difficile arriverà ora che la nave sta barcollando.

Capisco di essere un esempio per molti e non mollerò nonostante tutto, non mollerò mai.

Voglio essere decisivo per un mondo migliore, voglio essere decisivo per un “io”migliore.

LittlesNation

Perchè scrivo ?

Io non scherzo quando dico che vorrei diventare un poeta, una delle mie aspirazioni più grandi è quella di saper scrivere, abilità che naturalmente in questo momento non ho: per esperienza, per mancanza di lessico, per mancanza di vita e di storia..

Non sono ancora pronto ma solamente giocando, come il basket insegna, si può migliorare.

Dopotutto mi sto solo mettendo alla prova e lo sto facendo davanti ai miei occhi e a quelli del mondo, senza paura delle critiche, senza paura di chi mi vede come un povero illuso che pensa di saperci fare. Semplicemente vorrei provare a tradurre nel linguaggio più difficile e forse il meno immediato le emozioni per le quali vivo.

Non è facile scrivere, sei imprigionato in un codice di parole ben definito, circondato da regole, spazi e punteggiatura.. Fondamentale perciò diventa il dover imparare da chi è capace ed ha studiato per questo.

Ovviamente piacerebbe anche a me, un giorno, scrivere un libro ma non per forza questi desideri si devono trasformare in ossessione rovinando la spontaneità dei sentimenti.

Quello che vedo in maniera chiara è che la scrittura sarà una delle protagoniste della mia vita ed è una promessa che faccio a me stesso: continuerò a scrivere, sia che le cose andranno bene sia che esse volgeranno nel verso sbagliato.

La mia ambizione è alta, e lo è già adesso a ventitre anni; sono tantissimi i sogni, come tanta è la forza che esce dal mio cuore e mi spinge a crederci ogni giorno.

Ho la fortuna di avere nel DNA dei geni positivi tramandati dal nonno poeta. Da sempre lo guardo con grande ammirazione: pur avendo iniziato solo a sessant’anni ha composto più di duemiladuecento poesie in italiano e dialetto oltre ad aver vinto anche diversi importanti premi.

Mai sono stato orgoglioso di lui come negli ultimi tempi. Sfortunatamente niente mi faceva pensare a quando avrei sofferto per non aver imparato da lui nel momento in cui avrei potuto. Ora che io sono nelle condizioni di imparare, lui non lo è per insegnarmi motivo per il quale ora soffro. So infatti che mi avrebbe potuto dare tanto e che forse anch’io sarei stato una gioia per lui.

Mi ricordo che sin da quando ero piccolo lui cercava tra noi nipoti una figura che potesse continuare il suo percorso di poeta. Ecco, quella persona sento di essere io.

Sento di essere la sua mano, che adesso trema per il Parkinson e non può scrivere, sento di essere il suo cervello che ora fatica ma prima creava.

Gli avrei potuto rubare qualche segreto come ogni giorno bisognerebbe fare con le persone che ci circondano. Tutti diciamo e sappiamo che la vita è un dare e ricevere. Ma non sempre il ricevere avviene in automatico, e a quel punto bisogna ricercare ed andare prendere ciò che ci serve o che ci potrà servire. Però attenti, perchè quando lo capiamo, il più delle volte è troppo tardi.

Quindi oggi io vi dico: guardatevi attorno, andate alla ricerca di persone che possano darvi qualcosa di nuovo, che siano stimolanti, e non dimenticate che ciò che oggi non vi interessa in futuro potrà essere decisivo.

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Il mondo è malato

Fa figo mettere la bandiera dei vari paesi come immagine di copertina. Fa figo usare #hashtag che non meritano di essere mainstream. Fa figo parlare solo di quello che ci succede nel giardino di casa. Fa figo scrivere poemi credendosi eroi nazionali.
Fa figo gridare al lupo solo quando il lupo è in casa. Il lupo in realtà è un branco che sta mangiando l’anima delle persone, l’ignoranza vi porta a credere che se un male non vi tocca allora non vi interessa… Sbagliate, perché i branchi sono ovunque e partono da lontano. E non è solo l’ISIS… La religione e i partiti portati verso fazioni estremiste hanno sempre rappresentato sofferenza e distruzione.
L’ignoranza sta nel non capire che tutti siamo cittadini dello stesso mondo.
Il ‘capire’ non permette a chi vuole comandare e sottomettere di avere il controllo delle menti.
La guerra e l’odio non devono essere l’unica soluzione.
I pazzi suicidi e assassini sono stati cresciuti o meglio costruiti come macchine da guerra da esseri che, pur di avere il controllo su tutto hanno deciso di modificare, in peggio, il modo in cui la ‘loro’ gente vede il mondo.
Creando capri espiatori per nascondere impotenza ed errori: come fece hitler con gli Ebrei, come si faceva prima con le ‘streghe’, come i cristiani per l’ISIS, come i neri in molte parti del mondo, ma di esempi ce ne sarebbero tanti purtroppo.
Guardate cosa succede dall’altra parte del mondo.. Dovete capire che il vostro giardino non è quello verde di 10m² fuori da casa vostra, ma è quello dai mille colori e sfumature di 5,094953216 × 1014 m² (Google dice così) che circonda tutti.
Mi chiedete se sono razzista ?
Si lo sono, lo sono con coloro che insegnano il male, con coloro i quali vogliono il dolore del prossimo solo per una soddisfazione personale. Non me la prendo troppo con chi spara o chi si fa esplodere perché quelli sono solo figli malati di un male più grande.
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L’estate sulle spalle del sognatore.

La lunga estate è ormai alle spalle, il mare ha iniziato e finito le mie vacanze, nel mezzo tanta Varese e tante montagne.

A ventitré anni è proprio quest’ultima ad essere la metà ideale per l’estate.

Lassù, mentre le sfide portano riflessioni, i pensieri esplodono nella natura e la pace diventa follia nella testa sognante.

Con la musica delle ambizioni a scandire le mie giornate, con la gioia di vivere il presente ed essere parte del futuro mi accingo alle solite pagine bianche per rimanere in contatto con il me che verrà, per capire cosa ne sarà stato di quel giovane così sensibile ed ottimista.

E della sua penna blu che parlava con una pessima calligrafia ricorderò l’inchiostro stampato nel tempo immortale.

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Up to the great mountains.

Due giorni immerso nella flora incontaminata delle dolomiti tra laghi, cascate e boschi, sospeso su ponti tibetani, camminando nella natura selvaggia e scalando montagne.

Muniti di quattro macchine fotografiche e scorte di cibo, io e mio cugino, amante della fotografia, siamo partiti da Varese direzione Lago di Tovel, sulle dolomiti, tre ore e mezza di viaggio, giusto il tempo per esplorare con delle torce il luogo dove avremmo dormito per evitare brutte sorprese. Protetti dalla nostra macchina la notte è diventata subito alba, alle 5 la sveglia ha interrotto il silenzio che ci attorniava.

Dopo appena cento metri ecco il lago, nascosto da sempreverdi, venire pian piano colorato dall’albore del giorno. Il drone si alza in tutto il suo splendore e ci regala foto meravigliose.DJI_0025

Presto la mattina, risaliti in macchina, si parte verso dapprima il ponte tibetano sospeso sulla cascata Ragaiolo in Val di Rabbi, poi verso le cascate di Saent che imperiose si lanciano a valle con una tale portata e potenza da non sembrare vere, l’immagine di un cervo tramortito su un tronco ai piedi della colonna d’acqua ci destabilizza per qualche minuto

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Finite foto di rito, dopo essersi presi del meritato relax, abbiamo ripreso la macchina in direzione lago Ritorto, la stanchezza dovuta dalla verticalissima camminata si annulla di fronte a quello che ci troviamo di fronte, la catena montuosa del Brenta circondata da nuvole ci regala scatti davvero interessanti, il lago alle nostre spalle si fa bello per la fotocamera del drone. Fino al tramonto restiamo li poi scendendo la nebbia ci avvolge  totalmente inaspettata come un pitone, ci schiaccia così forte che l’ambiente diventa surreale e mistico.

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Passata la notte sempre in macchina ci dirigiamo verso l’ultima tappa: le cascate di Nardis e Lares che saranno la perfetta conclusione di una minivacanza che, pur senza aver incontrato orsi ci ha deliziato con stambecchi, cervi e marmotte.

Grazie a mio cugino ho acquisito alcuni segreti per fare foto e sicuramente aver dormito nella natura incontaminata sarà un esperienza che non dimenticherò mai.

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JESI, la guerra insieme è finita

Non sarà il Palatriccoli la mia casa nella prossima stagione.

La società, anzi direi, il comandante della squadra ha deciso di uscire dal contratto, rinunciando alla mia spada che non fa del talento la sua forza ma della voglia, della difesa, della determinazione, del rispetto una missione di vita, .

Il sangue sullo scudo tenuto per un anno intero a difesa dei vostri colori mi rimarrà nel cuore, è stato bellissimo vedere il vostro sguardo quando vi caricavo, la più grande vittoria è stata quella di riuscire a trasmettervi un po’ di ciò che sono con la #LittlesMentality, ho apprezzato il rispetto e l’abnegazione con la quale i ragazzi della curva ci hanno trascinati durante la stagione, anche nei momenti più faticosi e complicati.

Le soddisfazioni, che condivido con tutti i miei compagni sono quelle di aver riportato entusiasmo intorno al basket, di aver raggiunto dopo 10 anni i playoff, di aver capito cosa, voi Jesini, volevate vedere da noi che eravamo in campo.

Niente però paragonato alla gioia di essere rimasto sempre fedele ai miei principi di uomo, nonostante i momenti di difficoltà causati dalla grande distanza, forse eccessiva, di caratteri e valori con il mio comandante, che comunque ringrazio davvero per avermi innanzitutto sopportato e poi per averci portati a quei risultati così storici.

La caratteristica terribile del nostro lavoro di giocatori professionisti è che, per un anno, crei rapporti, condividi momenti , gioie e dolori poi, tutto finisce, i fili si sfibrano i rapporti alla distanza si affievoliscono per lasciare spazio a molta malinconia.

Restano i ricordi indelebili di grandi persone nel contesto società e non solo: dovrei fare un elenco lunghissimo e non è il caso ma, prometto che manderò un messaggio personale a tutti.

La città, gli Jesini e l’Aurora con in prima linea Altero Lardinelli e Federico Ligi che mi hanno accolto in maniera egregia, mi hanno permesso di abbinare lo studio al basket, la crescita del bagaglio di conoscenza con il lavoro, mi hanno trattato benissimo venendo incontro alle mie esigenze e per questo li ringrazio davvero.

Ho dato alcuni esami di Economia, ho approfondito e imparato molti argomenti di vario genere, sono diventato volontario della Croce Rossa , ho aperto un blog, ho visitato alcuni luoghi bellissimi delle Marche, ho imparato a sopportare situazioni difficili da sopportare, ho scritto molto, ho sognato, ho letto, ho riso, ho pianto, ho sbagliato, ho lottato, sono stato in silenzio, ho parlato, ho perso, ho vinto, ho amato.

Ma la cosa più bella è che ho VISSUTO.

Sappiate che da guerriero, quale sono, farò di tutto per far capire a chi non mi ha confermato che il meglio doveva ancora venire, che vincerò perchè sono destinato a vincere, che forse si sono sbagliati e che non tutto ciò è bello da ubriachi è bello anche da sobri.

Auguro il meglio alla città e alle persone fantastiche che ho avuto l’onore di incontrare, non dimenticherò il vostro affetto e chissà il futuro magari ci rivede assieme a sognare con la stessa maglia. I social ci permetteranno di rimanere in contatto, vi voglio bene.

L’uomo prima, il giocatore poi.

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L’arte dietro un paio di occhiali 👓🕵️‍♂️

Partirei con la rappresentazione di un immagine tanto surreale quanto esplicativa della direzione che l’arte ha preso.

È successo al Moma di San Francisco, nel museo di arte Moderna più importante della città, un ragazzo di 17 anni ha deciso, probabilmente senza motivazioni troppo profonde, di lasciare per terra un paio di occhiali e filmare i visitatori che, credendo di ritrovarsi di fronte ad un opera importante hanno iniziato di contemplarla oltre che di scattare qualche foto.

Mi sono chiesto il perché andiamo a vedere l’arte moderna, perché non ci piace, perché non la capiamo o perché ne siamo innamorati. Ma soprattutto dove risiede il bello?

Se ci pensiamo nella storia abbiamo avuto artisti con la necessità di valorizzare la realtà o il bello esteriore, tentando di capire cosa il “bello” rappresentasse, c’era chi pensava che gli oggetti andassero rappresentati così come sono, chi ha tratto ispirazione dal bello antico, dal bello della conoscenza, dei paesaggi, della donna e così via. Poi, con l’arrivo di artisti come Picasso, ma non solo è subentrata una visione diversa, un coraggio nel rappresentare una forma distorta della realtà e la conseguente accettazione del pubblico.

Con la nascita dell’arte contemporanea, gli artisti non si focalizzano più sul disegno di “bello”, ma sulla bellezza dell’immagine mentale, trovando sensazioni forti nei messaggi nascosti di critica, nel concetto, nella libertà di interpretazione. È l’astratto che divide il pubblico, una frangia critica la mancanza di correlazione diretta tra messaggio ed immagine, l’altra vede nel percorso sinaptico dietro la creazione il “bello” ed ama pensare che il proprio cervello sia riuscito a leggere il messaggio.

Io sono dell’idea che ogni situazione vada interpretata, ma che la capacità di creare un mondo dietro l’opera aldilà dell’artista che l’ha progettata non sia da tutti. Viviamo nel mondo dei social, abbiamo soluzioni per tutto, ci basta digitare sulla barra di ricerca la parola chiave e si hanno le risposte per tutto o quasi.

Quel quasi è il punto cardine del discorso, le emozioni trasparenti non tutti le vedono, se nascondiamo un concetto, per esempio, dietro un quadro con due colori non tutti saranno in grado di captarlo, ma la felicità dell’artista è che almeno una tra le persone che lo hanno guardato abbia avuto accesso al suo cuore, creatore di emozioni e concetti.

La linea borderline che divide una grande opera contemporanea dal buttare due elementi per guadagnare qualche spiccio fingendo voli pindarici mentali mai esistiti è davvero sottile.

Per quanto mi riguarda separo le due cose, voglio emozionarmi, perciò provo a valutare ogni situazione in maniera soggettiva, non sono un esperto di arte, anzi, non mi sento in grado di giudicare l’artista in quanto tale, ma nella sua capacità di arrivare. Capisco i visitatori di San Francisco che si sono trovati davanti quegli occhiali, loro erano lì alla ricerca di emozioni e significati, ed il paio di occhiali poggiato per terra poteva tranquillamente essere parte di un opera contemporanea.

Giudico il mondo per quello che mi trasmette.

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